C’è una monografia del sottobosco in cui sorsi di Pinot Noir raccontano un’identità secolare secondo la grammatica di Girlan.
Il Pinot Noir, non lo diciamo certo da ora, non è un vitigno. È una traiettoria. Verticale, affilata, a tratti inevitabile. C’è chi lo asseconda e chi lo seziona. Cantina Girlan appartiene alla seconda categoria. Quella che potremmo definire dei cartografi del sorso che risalgono le altitudini, tra radici fredde e luce radente, per disegnare un’idea liquida.
Siamo nell’Oltradige e nella Bassa Atesina. Un mosaico di 230 ettari curati da 200 soci viticoltori dove l’Alto Adige smette di essere cartolina per farsi dissezione pedologica. Qui, tra i 200 e i 1.000 metri, il porfido, l’argilla e il calcare sono l’ossatura stessa del vino. A nord le Alpi proteggono, a sud l’Ora del Garda ventila. In mezzo, l’escursione termica autunnale scrive l’eleganza e la conservabilità.

Se il Pinot Noir è una sfida, Mazon ne è il fulcro sacro. Non chiamatela solo sottozona. Qui stiamo parlando di un balcone naturale sospeso tra i 300 e i 500 metri sul versante orientale della Valle dell’Adige. Girlan coltiva 12 ettari dove il terroir si fa destino. La cresta del Parco naturale Monte Corno scherma il sole del mattino, impone una crescita lenta, meditata. Mentre la valle si scalda, Mazon aspetta. Poi arriva l’Ora, il vento caldo del pomeriggio che risale da sud, arieggiando i filari come un polmone invisibile. È questo contrasto, tra l’ombra del mattino e il respiro del lago, a regalare un tannino inconfondibilmente fine. Mazon non regala nulla e quindi va interpretata. È il luogo dove la poliedrica personalità del vitigno trova la sua massima espressione, come nel Vigna Ganger.

In questo scenario, Girlan frammenta la sua visione in etichette che sono coordinate geografiche. Dalla piacevolezza di Patricia alla forza fresca di Curlan, fino al cuore del sottobosco con Flora e Trattmann.
Girlan non interpreta il Pinot Noir. Lo eleva a status simbol. Dove ogni sorso non è solo vino, ma un passo in salita verso l’essenziale.
Il Pinot Noir può smettere di essere un rosso per diventare una lama di luce? Sì, se si chiama Piz Rosé. Qui il Pinot non ammicca, incide. Nasce in alto, tra i 550 e i 650 metri, per restare teso. È un gesto tecnico che si fa sottrazione. È una linea pulita, nervosa, contemporanea. Nel bicchiere arrivano il ribes, il lampone e un’eco di mirtillo, ma è il ritmo acido a dettare il passo. Una freschezza che si fa lingua, dove il bosco impone la sua grammatica e il tannino ne è punteggiatura elegante.
Con il Flora il sottobosco inizia a respirare. È un Pinot Noir che evoca passi lenti su terra umida, in quel silenzio vivo che precede la fioritura. Siamo tra i 380 e i 530 metri, dove il porfido incontra il calcare. Il colore è un rubino netto, specchio di una bocca fine e di un tannino vellutato che non invade, accompagna. La vibrazione dell’amarena si fonde ai piccoli frutti in una progressione lunga, sottile. Un vino che fa di finezza ed eleganza l’essenza del sorso. Il tutto vestito da un essenziale tannino.
Il principe delle Alpi. Il Trattmann è territorio che parla a voce ferma. Figlio dell’omonimo Maso, coniuga l’eleganza di Mazon alla personalità di Girlan. Argilla e calcare qui diventano profondità. Il rubino è brillante, vivo. Al naso è una stratificazione: ciliegia, lampone, poi il tocco sottile dell’anice stellato e l’autenticità del sottobosco alpino. In bocca regna l’armonia carezzevole, il legno è un comprimario silenzioso che non domina mai. Il finale è setoso, misurato, sensuale.