Impossibile, inutile e soprattutto affogante sarebbe fare un riassunto su cosa sia stato, al palato, questo peregrinar per padiglioni, stand e spazi espositivi del Vinitaly 2025 nelle sue decine e decine di assaggi effettuati. E penso non sarebbe poi così tanto utile. Dispersivo, caotico quasi roboante. Per questo da qualche anno ho deciso di cambiare l’organizzazione dell’agenda, da un anarchico girovagare senza meta, in cui capitava ed è capitato di prendersi delle sberle degustative anche pesanti, a un ben più ragionato insieme di slot chiari e organizzati.
Però dal post Vinitaly 2025 le impressioni, suggerimenti, emozioni in calice per un caleidoscopio di poesia delle terre ci sono stati e provo a raccontarveli…
Da qui nasce quindi una caleidoscopio di impressioni e assaggi al sorso che provo a riassumerli con quelli che hanno rappresentato veramente momenti alti e altri. Credo sia giusto, infatti, segnalare quelli che sono stati veri e propri colpi di fulmine, conferme, battiti di cuore che il calice ha regalato nella due giorni in cui anche il Gustonauta ha passeggiato, chiacchierato, incontrato, e assaggiato la poesia delle terre…
Tra effervescenze e meditazioni, tra laminari tensioni e carezze espansive, tra profondità enoiche e ascese verticali la degustazione veronese ha portato comunque a poter dire che qualche punta di diamante c’è stata, oltro che c’è stata…

Partiamo dalla Basilicata. Qui una cantina, quella di Venosa, che ormai credo di conoscere abbastanza bene, ha portato in Veneto un paio di chicche enoiche veramente gustose. Parliamo dello spumante Tansillo (Aglianico del Vulture in purezza) rimasto a meditar sui lieviti 60 mesi… cinque anni di confronto silenzioso che hanno elevato il sorso ad eleganza e fragranza tibetana. Rispetto al 36 è ancora più fine, più verticale e sofisticato, anche se vitale. Altra bella interpretazione del vitigno simbolo della Lucania, in rigoroso abito rosso scuro, è il Superiore ma questa volta affinato, per sei mesi, nelle acque di Portofino a -50 metri. Un Underwater che, comparato con il suo fratello di terra, entrambi Carato Venusio classe 2017, dimostra come il cantinamento subacqueo riflessi oggettivi, e per certi versi non migliorativi ma differenti, li apporta. È un vino che al sorso è in uno step di maturazione più elevata, più balsamica ed elegante rispetto a quello affinato su terra. Più marcata la tensione verde e un frutto più croccante nero rispetto al più tannico fratello Lucano.

Proprio di fronte allo stand di Venosa una cantina, questa volta veneta, che da un paio d’anni ho conosciuto in modo più approfondito. La cantina e la filosofia è quella di una vera e propria fotocopiatrice di terroir liquido di qualità. Non ne sbaglia una. Interprete e concertista per uno dei vitigni simbolo di questa regione, la Garganega, La Cappuccina anche quest’anno ha strabiliato per la sua capacità di rendere la vitalità, l’esuberanza, la dinamicità di questa uva in sorsi d’emozione ed empatia. Capolavoro assoluto è senza ombra di dubbio la Limited Edition del Millesimato 2012 (sboccatura 2023). Si tratta di Villa Buri, uno spumante Metodo Classico dedicato al padre dell’azienda che colpisce per la sua estrema eleganza scoppiettante e rinfrescante. Non c’è piattezza lievitativa ma seppur a distanza di una decade a parlare è ancora la sua “vinosità”, il varietale, l’uva. Qui è il terroir che canta e l’azienda ne asseconda solo lo spartito. Qui i binari, le linee o traiettorie sono semplici: verticalità, carezza, finezza e soprattutto gusto. Tanto gusto.
Se volete andare sul sicuro, questa volta still, allora il Monte Stella (cru 2023) e il San Brizio (cru 2023) sono due declinazioni che non potranno che accontentare chi cerca vini figli del vulcano in cui la mineralità si equilibra con la pienezza del frutto e la freschezza con la croccantezza del morso liquido.

Il Barolo è un principe. Quello declinato nelle narrazioni del Coste di Rose di Varja uno dei suoi cavalli di razza. Gustato in una verticale 2016-2020, questo figliol prodigo del Piemonte dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, il perché della sua inossidabile riconoscibilità internazionale. E’ suadenza, eleganza, raffinatezza e aristocrazia educata al palato. Si parte da un 2020 in cui la giovinezza e giovialità lasciano intravvedere una potenzialità decennale della sua tensione verso l’eleganza, per arrivare al 2019 molto più floreale e sensuale nella sua mise di corpo e gusto, il 2018 è l’ago della bilancia perfettamente centrato tra raffinatezza ed eleganza per arrivare invece al ben più potente, ma mai prepotente, 2017. Infine, vabbè, entra sua maestà 2016. La leggiadria lussuriosa di un sorso che è sensualità liquida. Ammaliante la sua complessità che ancora catturerà sguardi e palati per diversi decenni. L’elisir di eterna giovinezza.

Durante una masterclass molto simpatica sui vini curiosi dell’Abruzzo si è avuta la possibilità di degustare due pietre miliari di questa terra. Il Trebbiano di Valentini, classe 1896, e il Montepulciano di Pepe 2001. Che dire… lacrime enoiche al sorso. Emozione liquida. Stupore cronologico e soprattutto eleganza senza tempo e senza spazio. E’ vero, sono vini immortali che almeno una volta nella vita chiunque dovrebbe, anzi deve, assaggiare. Sono palestra, scuola, allenamento, propedeutica fattasi vino. Sono meraviglie di quella poesia della terra che trovano in aziende e vignaioli, interpreti magistrali da premio Pulitzer dell’enologia.

Erste-Neue è forse uno degli approcci più pop-fini assaggiati a Verona. Sono estratto di terroir, soprattutto nella declinazione in bianco del Pinot e in rosso della Schiava e Pinot noir. Sono vini che parlano alle nuove generazione di un Alto Adige che non perde le radici dei nonni per parlare la lingua enoica della contemporaneità. Molto immediata e secondo me azzeccata anche la scelta stilistica del packaging e dell’etichettatura. Gran bei prodotti quotidiani e per tutti.

Facilità, immediatezza e silhouette pop. Sono queste le caratteristiche dell’ultima uscita in casa Bosca per il comparto Horeca. Il Rosè Metodo Classico con 44 mesi di affinamento sui lieviti, figlio di Pinot Noir, è un vino scolastico, nel senso educativo del termine, anzi del sorso. Corpo, leggiadria, polposità e croccantezza lo rendono sbarazzino ma fiero nel saper interpretare uno dei principi enoici alla corte Italia. Un vino che non sfigura ma, anzi, credo sia capace di saper accende la giusta miccia in una serata di coppia o rallegrare le risate e le chiacchiere di quella tra amici.

È stata la sorpresa, la frecciata al cuore, la novità più interessante che ho avuto modo di assaggiare. Un famoso cantante conterraneo della cantina avrebbe detto «più bella cosa non c’è…». A parte gli scherzi musical-enoici dai colli del post impero, Omina Romana, ha saputo colpire l’attenzione totale del sorso per la sua capacità di parlare dalla culla della civiltà con un approccio latino contemporaneo del sorso. C’è un approccio intellettuale, studiato, del terreno e della cultura vitivinicola del Lazio capitolino, tradotto in una lingua e una serie di grammatiche di sorso che qualsiasi dizionario internazionale riesce a tradurre con il lemma “Wow!”. Sono sorsi schietti, netti, veramente capaci di trasformare vitigni, per lo più internazionali, in racconti di quel vulcano antico ormai dimenticato, ma non sopito nella sua capacità di donare, regalare una freschezza e una autenticità ai sorsi. Vini netti, pulitici, buoni. Interpretazioni bianche e rosse, in questo caso di taglio bordolese, rispettosi del varietale in maniera quasi microscopica, genetica potremmo dire. Croccanti, succosi, mai stancamente legnosi, simpatici e immediati. Sono sorsi che uniscono la leggerezza alla gastronomicità. Sono grandi e vere visioni di cosa possa dire, in ambito di eccellenza in calice, il Lazio, oggi. Chapeau!

Gran bolla sig. Marco Caprai! Veramente! Facilità e immediatezza. Croccantezza e finezza! Estratto territoriale fattosi fragranza. Freschezza e giovialità. Grazie allo Chardonnay (60%) e Pinot noir (40%) provenienti dalle appenniniche vette di Gubbio, ventate di freschezza e vibrazioni carezzevoli si traducono in vini che rientrano all’interno di una Umbra Galaxy che raccontano una diversità capace d’intercettare i gusti contemporanei degli enonauti di professione, di passione e/o d’amor profondo. Il caso ascoltato è il non dosato, e chi ne aveva bisogno di zuccheri? Nessuno. È un vino totalizzante nella sua espressività. Veramente un gran prodotto che non mancherà di far parlare di sé…

Vabbè una conferma. Indissolubile. Indiscutibile. Inossidabile. Parliamo di Argentiera, dove la Bolgheri docet e insegna cosa possa e debba voler dire saper, sapientemente, far parlare il territorio. Dal più immediato e assolutamente identitario vermentino delle sabbie rosse, praticamente vigne che stanno sotto l’ombrellone, al rosato dei Pianali si arriva alle declinazioni aristocratiche del taglio bordolese di una delle Doc per antonomasia dell’elite vitivinicola italica. Se con il Villa Donoratico Bolgheri entra bussando alla porta principale della soddisfazione enoica, con Argentiera lo si fa cavalcando il cavallo di razza dell’azienda. Per non parlare del cru Ventaglio, figlio di un corpo di terroir unico, a giropoggio, in cui l’essenza del luogo si fa lingua enoica di sorso. Sono emozioni allo stato puro. Eleganti, suadenti, carezzevoli e da bere con la passione del cuore e dell’ascolto.

Tra i tanti produttori incontrati e ascoltati uno più di tutti mi ha colpito. Non che anche gli altri non l’abbiano fatto, per carità non sia mai, ma in lui ho trovato, notato, sentito veramente i monti Lessini scorrergli nelle vene. Non sangue ma la passione per il suo territorio. Linfa vitale e territoriale che si traducono in atti d’amore enoico ed essenze liquide capaci di narrare una storia che racchiude l’essenza della passione, della dedizione, dell’amore per la propria terra e la propria storia e soprattutto dell’autenticità dell’interpretazione. Nel caso di Verona ho chiesto a Gianni Tessari di farmi ascoltare chi meglio di altri, tra i suoi prodotti, potesse riassumere la sua filosofia la sua visione della Durella. Mi ha portato il 13-21. Un metodo classico delle colline della Val d’Alpone, precisamente da Roncà (Verona), che sintetizza il Monti Lessini Doc, in Magnum, attraverso due annate: la 2013 e la 2021, appunto. Un vino che non è somma algebrico-vinicola, ma è altro. Soprattutto alto. Una vitalità e asprezza che si culla sui lieviti e sul tempo senza mai addormentarsi. Un gioco delle identità che si fanno complessità. Eleganza e immediatezza, riconoscibilità e complessità, visione e tradizione. Ecco un sunto in perlage dell’ennesimo capolavoro del Donatello dei Lessini.

Altro gran bel prodotto enologico pop è il metodo Classico Ca’ del Morino di Mossi. Uno spumante ricercato, che nel suo perlage elegante e un bouquet vellutato e mai banale, racchiude il lessico di due vitigni: prevalente Pinot Noir con un piccola aggiunta di Ortugo, tanto basta per dare quel richiamo d’identità territoriale. Un vino empatico e sbarazzino, gastronomico e d’amicizia, che gioca e punta su una versatilità che sposta il focus dalla tavola all’ombrellone, dalla serata intima ai conviviali tramonti d’amicizia e socialità. Una vinicola carezza, da interpretare e farsi lasciare ammaliare, a seconda dei propri desiderata.

Chiudo con quattro interpretazioni di uno dei miei vini del cuore: Pinot Noir. L’eleganza, la complessità e la suadenza in rosso fattasi sorso. Grazie alla presentazione di siamo entrati in dialogo con quattro cavalieri, non certo dell’Apocalisse, ma della passione enoica. Chartron et Trebuchet Gevrey Chambertin 1er Cru “Lavaux St Jacques” 2022, Domaine Écard “Du Bois Noel” Savigny Les Beaune 1er Cru “Les Narbantons” 2020, Neethlingshof Owl Post Pinotage 2021 e Pfaff La Griffe Du Diable Pinot Noir 2020. Sono interpretazioni differenti, per terroir e annata, ma che hanno raccontato come questo vitigno sia succo e polpa, autentici del territorio dal quale proviene. In questo chiaro l’azienda spinge nella sua capacità identitaria, ma comunque sia escono sempre testimonial unici e autentici di una versatilità aristocratica ed elegante del vitigno. Vini che purtroppo non sono così accessibili, per fortuna non ancora escludenti, ma di non semplice reperibilità e fruibilità quotidiana.
Sempre in tema di Pinot Noir molto interessante la verticale di Noir, di Tenuta Mazzolino, annate 2004 – 2015- 2017 – 2023.
Stiamo parlando di una delle massime espressioni del vitigno per l’Oltrepo pavese. Da Corvino San Quirico, su terreni argillosi e calcarei, esposti a Nord e Nord-Ovest, nascono sorsi di un’eleganza e finezza disarmanti. Tesi ma con corpo, lineari ma con sostanza, complessi e sensuali con costanza. Sono interpretazioni immortali in cui, a distanza di oltre 20 anni, come l’annata 2004, dimostrano un altro highlander della vigna italica.
Infine, ma non per classifica ma perchè ormai sarebbe ridondante (in senso positivo) ripetersi, ci sono due espressioni magnifiche che arrivano dalla Toscana e dal l’Alto Adige settentrionale. la prima è la suadente interpretazione di Biserno che al Vinitaly ha presentato ColleMezzano Toscana Igt Rosso, un Supertuscan che nasce da una selezione accurata di uve Cabernet Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon provenienti dai vigneti storici di Collemezzano, che si estendono lungo il limite settentrionale della Maremma Toscana nelle vicinanze di Bibbona. Un sorso d’amor che non risparmia di entusiasmare per la sua calda avvolgenza, la sua espressività d’abbracio e la tensione infinita del tempo. Andando a nord immancabile la visita-conferma della capacità indiscussa a sorprendere di Cantina Valle Isarco. Per averne riprova, al di là delle declinazioni autoctone della linea Aristos, la vetta assoluta la conquista Granit 960. Un vino icona, seppur nuovissimo tra le referenze presenti in cantina, che riassume, al sorso, la filosofia del rispetto, dell’autenticità, della espressività di un territorio attraverso il rispetto assoluto dlla sostanza attraverso una innovazione continua della forma.

Ah, infine, una novità che il mio palato ha apprezzato molto è il ristorante Flora. Frequentato nel Fuori Vinitaly, Vinitaly off o chiamatelo come vi pare, in due serate dedicate all’incontro tra vino, vignaioli e cucina, organizzate da “Italia nel Bicchiere”, questo ristorante ha un pregio che forse diventa anche un record. Praticamente è stato il primo ristorante in Italia, e forse anche in Europa, parliamo di dieci anni fa, a presentare menù totalmente vegani e gluten free al contempo. Una cucina moderna e artigianale in cui estetica, gusto e quel tocco di estro permettono di superare stereotipi sulla cucina non “carnivora” che soddisfano anche i palati più esigente. Un salto nello Stradone Scipione Maffei 8c a Verona, siamo a dieci passi dall’Arena, comunque, lo consiglio vivamente.