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Le Sottozone di Romagna: prendiamo la tavola e cavalchiamo anche noi l’onda di “Winesurf”, perché ci crediamo

Carlo Macchi, un collega che ha la grande peculiarità di non mandarle a “scrivere” facendo tanti voli pindarico-lessicali, in un ultimo suo articolo su Winesurf ragiona, pungola e alla fine lascia ai suoi lettori il giusto punto interrogativo aperto.

Le sottozone, o comunque la «parcellizzazione del territorio» in micro identità vitivinicole, sono valore e/o retorica? Sono concretezza di sorso riscontrabile o filosofiche velleità rivolte più al marketing che alla vera essenza del vino?

Noi prendiamo la palla al balzo e proviamo a rilanciare l’analisi guardando al nostro orticello, quello della Romagna.

Qua in terra di Passatore e dei suoi detrattori, i vignaioli e con loro il Consorzio di tutela, hanno iniziato da alcuni anni, era il 2011, a ragionare sulle cosiddette sottozone, menzioni geografiche aggiuntive, cru o come lo volete chiamare voi.

Un discorso che dall’imolese attraversa l’intero tratto della via Emilia fino al riminese, ovviamente guardando a Sud. All’Appennino insomma.

Il nord è terra di conquista, da decenni, di rese per ettaro industriali, di brik e di conferimenti. Qui un discorso di parcellizzazione sarebbe come fare un torto diretto al cuore agli agricoltori. Una nemesi agro-personale insomma.

Quindi a noi interessa parlare dei meridionali del vino di Romagna.

Si diceva delle sottozone che dopo una decina di anni sono passate dalle 12 esistenti dall’inizio alle attuali 16. Qui il lessico su quale puntare reca il sottotitolo del Sangiovese, ma anche sui bianchi, i vignaioli d’altura, stanno provando a ragionare.

Ricordiamo quali siano queste culle di sotto identità di sorso, rigorosamente elencate da nord-est a sud-ovest: Imola, Serra, Brisighella, Modigliana, Marzeno, Oriolo, Castrocaro, Predappio, Meldola, Bertinoro, Cesena, Mercato Saraceno, Longiano, Verucchio, Coriano e infine San Clemente. Le new entry sono state Imola, San Clemente, Coriano e Verucchio.

Bene, ma a che punto siamo al di là della definizione di confini sulle carte geologico-vitivinicole per quanto riguarda la riconoscibilità e anche la narrazione concreta di queste terre, di queste genti e soprattutto di questi vini? Sul primo ambito appare evidente come il percorso e il valore fatto sia sulla buona strada. La capacità di ritrovare, ripetiamo sulla cartina geografica, l’areale tipico della sottozona è chiaro, immediato, riscontrabile. Magari sarebbe ora di iniziare anche a segnarlo lungo i confini geografici e stradali veri, quelli attraversati da turisti, wine lover, addetti ai lavori ogni giorno, per dare una riconoscibilità in tre dimensioni di questa impostazione. Cartelli, per esempio, che indichino dove inizi la “terra del Sangiovese di ….” Non crediamo sia una questione too much expensive.

Per quanto riguarda l’identità di popolo vignaiolo, beh qui la partita forse è un po’ più complicata. Diverse realtà, che dopo proviamo a raccontare brevemente, stanno però facendo e hanno fatto passi da gigante. La relazione e la voglia di “cooperazione condivisa” deve essere sempre più alternativa alla “competizione-individual-aziendale” altrimenti parliamo di aria fritta.

Infine c’è la rappresentazione in calice. Qui il discorso si fa, per dirla alla Macchi, legata al concetto primario del buono. Caratteristica tanto decantata quanto sempre più difficile da poter ridurre a meccanismi concettuali chiari e inequivocabili. Del resto la democrazia, che in certi casi diventa anarchia stilistica, in cantina non è sempre amica di questa stilizzazione, che non significa, però e assolutamente, tendenza all’omologazione.

Ogni vino è figlio del terroir. Qui le variabili sono quindi differenti: clima, suolo, vitigno e quindi, non in ultimo, uomo o vigneron che si voglia. Bene adesso è arrivata ora di fare sistema

Ma a che punto siamo, in concreto, tra i sedici alfieri dei terroir della bassa via Emilia?

IMOLA: E’ new entry, si sta formando e plasmando, il potenziale in bottiglia c’è ma diamogli qualche tempo per iniziare a quadrare il cerchio.

SERRA: Qui abbiamo tre grandi cantine (Costa Archi, Ferrucci e Tenuta Masselina) che potrebbero e dovrebbero, secondo noi, iniziare a parlare tra loro e per loro in modo più concreto. Aspettiamo con positiva trepidazione.

BRISIGHELLA: È nata in questi giorni l’Associazione di produttori, chiamata Brisighella Anima dei tre colli, che raggruppa la bellezza di 16 cantine, ma potrebbero già sfiorare la ventina. Un’accelerazione molto positiva che al di là del Sangiovese intende puntare sul bianco, soprattutto Albana, con un progetto di medio periodo. Siamo molto curiosi anche se questa sottozona, proprio per la sua grande estensione e la sua caratterizzazione in tre composizioni geologiche molto differenti (marne e arenarie, gesso e argille) forse avrà bisogno di ulteriori step comunicativi e d’approfondimento. Comunque e almeno la pietra inizia a rotolare.

MARZENO: Piccola sottozona con non tante cantine e una produzione relativamente contenuta. Qui però è la casa di Fattoria Zerbina (antesignana di un lessico enoico sull’Albana che ha fatto e fa storia), Paolo Francesconi che ha saputo fin da subito far parlare il terroir nelle sue produzioni e Ca’ di Sopra, realtà che sul Sangiovese ha trovato il vocabolario giusto per sfondare.

MODIGLIANA: È sicuramente la realtà che sta sbaragliando l’efficacia della comunicazione. Basti pensare che pur avendo non molta quantità rappresenta comunque un quarto della produzione vitivinicola che esce sul mercato con la rivendicazione. Grazie anche a un territorio omogeneo caratterizzato dall’Appennino, dal bosco e dalle marne e arenarie, è oggi veramente la realtà più avanti nel racconto di una identità di sorso e territorio che arriva alle orecchie e sulle tavole anche internazionali. Qui si parla di identità con un linguaggio da fine wines ma il mercato più “evoluto” e attento ne ha recepito l’essenza autentica del racconto. È di fatto la “Stella dell’Appennino“, per ora.

ORIOLO: Qui il racconto è l’apoteosi, positiva, del contemporary pop. Da anni l’associazione di produttori (Torre di Oriolo) di questa “Val d’Orcia” romagnola punta sull’enoturismo. Anche grazie a una presenza di agriturismi, di qualità, che è invidiata e invidiabile. Eventi, manifestazioni, momenti di condivisione e rappresentazione delle proprie peculiarità trovano in format coinvolgenti, non certo intellettualoidi, il segreto del successo del marketing vinicolo. Differenti stili e personalità si accomunano in un approccio divertente di sfumature del vivere il terroir e quindi non possiamo che rimarcare il successo intrapreso. Per averne riprova basta fare un salto durante le manifestazioni che organizzano per vedere la marea di gente che ha voglia di vivere il vino in modo cool e spensierato.

CASTROCARO: Terroir dalle grandissime potenzialità, ma chi li ha visti? Servirebbe uno scatto perché i vini di queste terre e le produzioni, molte al femminile, ne hanno tutte le possibilità per iniziare a raccontarsi con più massa critica propositiva.

PREDAPPIO: È forse, assieme alla vicina Bertinoro, quella che per prima ha iniziato a parlare in modo corale. Poi si è fermata. Oggi sta riprendendo un filo del discorso, con Terre di Predappio, che è tra i più autentici, storici e riconosciuti per la Romagna del vino di qualità. Soprattutto se si parla di Romagna Sangiovese Doc. Si prosegua così, è il nostro invito, perché questi vini hanno potenzialità veramente sterminate di poter disegnare, anche in termini quantitativi, un nuovo Rinascimento.

BERTINORO: Che fine hai fatto? Peccato. Dalla realtà culla identitaria dell’Albana e di Sangiovesi veraci oggi latita nella comunicazione. Aspettiamo, ma servirebbe una regolata quanto mai veloce al motore che oggi rimane, purtroppo, inceppato.

MELDOLA: Chi l’ha vista?

CESENA: Che sia in “gita” con Meldola?

MERCATO SARACENO: Grande sottozona con alcuni testimoni di un terroir che sanno fare bene il proprio lavoro. E’ forse la Champagne di Romagna. Ma si deve fare uno scatto condiviso e collettivo. Da soli si fa anche molto bene ma insieme si potrebbe spaccare!

LONGIANO: Tranne Villa Venti e Spalletti (con il suo Vigna della Croce) a trainarne l’essenza qualcuno sa qualcosa di più?

VERUCCHIO: È nuova, è grande, diamole tempo ma con velocità…

CORIANO: Grandi potenzialità, soprattutto per un racconto che guardi alla riviera, sulla quale insistono, anche come mercato. Però… rimane un però… Alzare un po’ più il tono della voce?

SAN CLEMENTE: È nuova … aspettiamo…

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