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Pennellate di Rodòn dal Bardolino, l’essenza del rosato d’Alta Italia secondo l’interpretazione della visionaria vignaiola Matilde Poggi

Rappresenta, forse, l’essenza della definizione del concetto “color pastello”. Parliamo del rosa. Sfumatura educata, di personalità, tenue ed essenziale ma che può diventare profonda al tempo stesso. Cromaticamente carezzevole, sensorialmente appagante. Non è rosso ma nemmeno bianco. Non è arancio nemmeno mattonato. É nome di fiore, di equilibrata vanità. Di sensualità e di personalità. È cosa a sé. Anzi è cosa famigliare! Ecco così apparire sulla tela della vitivinicoltura nazionale, pennellate di Rodòn, il Chiaretto da Bardolino. Interpretazione di un’essenza del rosato d’alta Italia secondo l’ottica e la sensibilità pluridecennale di una visionaria vignaiola chiamata Matilde Poggi.

Un Rodòn in pastello


Poteva un vino non racchiudere in una parentesi di sorso tutto questo? Beh, noi lo abbiamo trovato. Si chiama, non a caso, Rodòn… rosa in greco antico. Mater di questo prodotto simbolo di una delle sfumature enoiche forse più sottovalutate del vigneto italico, è Matilde Poggi. Una delle pioniere della viticoltura italiana che del 1984 con l’azienda agricola Le Fraghe, produce espressività in calice che non scimmiotta mode, ricalca tendenza o fotocopia aspirazioni ma mette in bottiglia un racconto autentico d’identità e territorio. Parliamo di quello che nasce nel cuore della Doc Bardolino.

Tutto sviluppato all’interno del triangolo composto dal lago di Garda, Monte Baldo e Valdadige. Qui la Poggi, che tra le altre cose è stata tra i fondatori della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, di cui ne ha ricoperto il ruolo di presidente dal 2013 al 2021, segue tutta la filiera. Dalla coltivazione delle uve fino alla commercializzazione. Come dire, una vignaiola che ci mette la faccia, le mani, la tecnica e la sensibilità, sempre e ovunque.

Una tela da ammirare


La semantica dei suoi vini è morenica, la grammatica, soprattutto in questa versione del Chiaretto, composta da Corvina e Rondinella. Ci sono accenti di Garganega a cui si aggiungono anche Cabernet Franc e Teroldego. Il racconto finale che ne esce è quello dell’espressività territoriale attraverso un romanzo che parla di espressività, lungimiranza e tenacia. Poi ci sono anche altre caratteristiche che ti lasciano con il “sorso sospeso in attesa del finale” e sono quella della conduzione biologica lungo tutti i 30 ettari di vigneto nei comuni di Cavaion Veronese, Affi e Rivoli Veronese. A questo si aggiunga un clima mite e una calibrata esposizione alle correnti delle brezze fresche che vengono dal lago, ed ecco che il filo narrativo si dissipa lungo un’eco d’eleganza, sapidità e spiccata mineralità.

Infine impreziosisce il tutto il fatto che il tempo, quell’inesorabile susseguirsi di vendemmie, sembra non scalfire più di tanto la silhouette e la texture complessiva della narrazione enoica. Riprova ne abbiamo avuto, sul rosato appunto, assaggiando tre esempi di tre annate differenti.

Ah, il nome oltre a essere specchio di ciò che ci si approccia a bere ha anche un rimando molto familistico, visto che è omaggio a sua madre. In definitiva questo vino, che per molti è sicuramente tecnico, si declina in un’autentica espressione di terroir, alzandone così la personalità e l’unicità.

Le pennellate di Rodòn

Pennellate-di-Rodòn-da-Bardolino-Chiaretto


Il Chiaretto di Bardolino Rodòn è ottenuto da Corvina (80%) e Rondinella (20%).
Da viti che hanno oltre 20 anni.
Fa solo acciaio.
Poi finisce in vetro.

2023: Annata complicata dal punto di vista climatico, ma che l’azienda ha saputo addomesticare vestendola di un’eleganza sbalorditiva. Il suo respiro è giovane e corroborante, che parla di frutto e di florealità mediterranea. Al sorso spicca un equilibrio tra tensione sapidità, frutto di sottobosco croccante e autentica mineralità. Si caratterizza per una bevibilità disarmante. Occhio che finisce molto presto, anche grazie a una gradazione giustamente pensata per rendere questo vino socializzate, gastronomico, romantico.

2022: È rappresentazione liquida del sale rosa, non dell’himalaya, ma delle vicine Alpi. Un respiro in cui l’agrume e la sapidità giocano con una tensione di tannicità in filigrana (l’annata siccitosa ha lasciato questo ricordo indelebile nell’anima enoica). Il frutto è comunque croccante, in cui l’acidità e quella tensione asprigna lo rendono perfetto come accompagnamento a tavola.

2021: Tra i tre è oggi quello che si può definire “capolavoro”. Un vino, che per un rosato significa molto, sontuoso nella sua masticabilità del frutto croccante. Fresco e tagliente, austero nella forma sensuale nella sostanza. Dissetante e beverino, al contempo si padroneggia con i piatti della tradizione locale grazie a un’elegante e leggiadra tannicità. Un vino, in questa annata, che oggi è massima espressività dell’idea della Poggi di cosa significa essere vignaiola in rosa.

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