Il trentino “Meunier”, sua maestà Monsieur Martis 2020 di Maso Martis, tra le eccellenze “rare” del Gambero Rosso…
Come il “Doppio Sogno” di Schnitzler.
Soffia sottile tra le valli trentine, un vento che sa di muschio, pietra e memoria.
È il respiro di un sogno che prende forma, di una scommessa che diventa racconto liquido. In quella che è la patria del Trentodoc, dove ogni bollicina si misura con il tempo e la pazienza, Maso Martis ha scritto, non certo da oggi, una pagina nuova, audace e irripetibile.
Non a caso i riconoscimenti ormai si perdono in sterminate bacheche aziendali.
Durante la cerimonia del Gambero Rosso per la presentazione della Guida Vini d’Italia 2026, nella “Nuvola” di Roma, il Monsieur Martis 2020 è entrato di diritto nell’Olimpo delle 50 Bollicine Rare d’Italia. Un riconoscimento che non celebra solo un vino, ma l’idea stessa di unicità. La categoria dei “Vini Rari” nasce per dare voce a quelle etichette che, in non più di tremila bottiglie, raccontano la scelta radicale del rischio, l’attesa come metodo, la visione come mestiere.
«I Vini Rari per noi valgono quanto i Tre Bicchieri» hanno spiegato i curatori della guida. «Sono vini da collezionare, ma anche da condividere, per chi in un calice cerca l’unicità». Tra queste etichette preziose, solo tre bollicine italiane: due lombarde e una, appunto, trentina. La protagonista è lei, Monsieur Martis Riserva 2020 Trentodoc Brut Rosé, nata per festeggiare i trent’anni della cantina e prodotta in appena 1.800 bottiglie all’anno.
Dietro questa impresa, la visione e la tenacia di Roberta Giuriali Stelzer e Antonio Stelzer, pionieri del metodo classico trentino. Dal 1990 coltivano dodici ettari di vigneti tra i 450 e i 600 metri sul livello del mare su terreni poveri, calcarei e ventilati. Un luogo che parla di altitudine, di luce e di sassi, dove ogni grappolo matura nel respiro fresco delle Dolomiti. Ma soprattutto, un luogo dove, dagli anni Ottanta, hanno deciso di coltivare un vitigno che altrove regna ma che qui è quasi sconosciuto: il Meunier.
«Il suo nome – racconta Roberta – deriva dalla parte inferiore della foglia, ricoperta da una peluria bianca, come spolverata di farina. In Francia è amatissimo, in Trentino poco diffuso. Noi lo abbiamo scelto per differenziarci, per cercare una voce nostra dentro la coralità del Trentodoc». Una sfida che inizia nel 1999, quando il Meunier entra nella cuvée Madame Martis, e che trova la sua piena realizzazione nel 2020 con Monsieur Martis, il primo Trentodoc Rosé 100% Meunier della cantina.

Questa bollicina è un piccolo atto d’amore per il tempo. Affina 48 mesi sui lieviti, e regala al naso un racconto di frutti rossi appena colti – lampone, ciliegia, mirtillo – intrecciati a toni speziati, tostati, quasi fumé. Il sorso è vibrante e cesellato, una linea sottile di freschezza che si allunga su un finale complesso, sapido, pulito.
È un vino che danza tra forza e grazia, tra verticalità e abbraccio.
Perfetto con crudità di mare, risotti eleganti o piatti di pesce dal carattere deciso.
Dietro ogni bolla c’è una filosofia precisa: non l’omologazione, ma la ricerca di un’identità. È un tema caro anche alla scrittura di chi racconta il vino come narrazione del territorio, come dialogo tra tradizione e innovazione.
Maso Martis, in questo senso, è una sintesi di stile e sostanza. Un’azienda che ha scelto di non produrre per il mercato, ma per la coerenza, per il gusto di dimostrare che anche nel cuore delle Dolomiti si può parlare di eleganza e visione, senza cedere all’ovvio.

Il Monsieur Martis 2020 non è solo un vino raro: è una dichiarazione d’intenti. È il gesto di chi sceglie il rischio come compagno di viaggio e la lentezza come valore cristallizzante. È un atto di fiducia nel tempo, natura e mano che sa attendere. E quel suo prezzo – circa 75 euro in enoteca – non è una barriera, ma la misura di un’esperienza.
In un panorama sempre più affollato di etichette e mode, questo Trentodoc si ritaglia il suo spazio come fanno le cose autentiche: senza clamore, ma lasciando traccia. Perché certe bollicine non scoppiano, raccontano. E in quel racconto – tra la pietra del Trentino e la voce sottile del Meunier – c’è tutto il senso di un futuro che non dimentica da dove viene.
Non la scarsità di bottiglie, ma la capacità di trasformare un vitigno dimenticato in emozione, un calice in racconto, un sorso in memoria. In un mondo che corre, Monsieur Martis ricorda che il vino, quando è vero, non è mai solo una bevanda: è una pausa, un respiro, una promessa di autenticità.