Cantina Valle Isarco e Cotarella: la rivoluzione Aristos è servita. Cresce da qui l’illuministica Ragione enoica di Montagna… E’ così che l’incontro tra la cooperativa della Valle Isarco, Alto Adige e Riccardo Cotarella innesca una rivoluzione che nasce da un nuovo illuminismo vitivinicolo fatto di autenticità, qualità e rappresentatività della vitivinicoltura di montagna.
Un pensiero che si fa azione dirompente che spira, come un Fohen, dall’Alto Adige fino al Lazio. Confini orografici e geografici distanti che diventano da qualche anno, però, meno lontani grazie alla convergenza tra due protagonisti, indiscussi e indiscutibili, della storia vitivinicola nazionale: Cantina Valle Isarco e Riccardo Cotarella. L’incontro è avvenuto cinque anni fa. Era il 2020 quando la più giovane cooperativa vitivinicola alto atesina ha deciso di chiedere aiuto, tramite consulenza, a uno dei massimi enologi viventi. Non tanto per ghigliottinare l’esistente, ma per cercare una nuova identità capace di esprimere, ancora di più e meglio, il potenziale di rappresentatività dei vini di alta gamma della cantina. Da qui nasce la “Rivoluzione alto atesina di Cotarella”.
Lo fa sulla storica linea Aristos. Creata nel 1990 dall’intuizione di Franz Dorfmann (primo enologo della cooperativa) che già un decennio prima ha voluto iniziare un racconto nuovo grazie alla selezione delle vigne maggiormente capaci di raccontare un’identità autentica, qualitativa, rappresentativa e unica per questo territorio. Oggi la miccia prosegue nel suo percorso detonativo seguendo un pensiero tanto semplice quanto non banale da rendere sorso. Pensiero che si riassume perfettamente nelle parole dell’enologo laziale: «il territorio è importante laddove chi lo abita sa cosa significa valorizzarlo, ed è questo (quello di Cantina Valle Isarco, ndr) il caso. Oltre al territorio e ai vitigni la cosa ancora più importante è l’approccio umano. Ritengo che non ci sia entità più predisposta a voler eccellere di una cantina sociale perché solitamente è mossa dalla voglia di dimostrare che non è solo un posto dove scaricare uva».

Tanto per divertirsi un po’, uscendo dalle canoniche critiche enologiche, (sui prodotti di cantina Valle Isarco ne abbiamo parlato anche qui e ancora qui) andiamo a ripescare dai ricordi universitari qualche similitudine di approccio e di pensiero che vogliamo chiamarli diversi, perché no, anche stuzzicanti. Rappresentazioni ideali che si rafforzano ascoltando le parole di Riccardo Cotarella e quelle di Armin Gratl (Direttore generale) e Stefan Donà (Enologo della Cooperativa). Ecco così balzare alla mente la filosofia che sta alla base del pensiero Illuminista. Cambiamento radicale, nella e per la Storia, che guarda alla Ragione come essenza narrativa e che vede, in questo caso, la capacità interpretativa dell’uomo al servizio di una “attuale” rivoluzione di sorso. Da qui i tre assaggiati ci hanno richiamato l’essenza del pensiero di altrettanti padri d’Oltralpe.
Un sorso che racchiude in se l’essenza deista della necessità di superare dogmi e impostazioni, in questo caso stilistiche. Il Kerner firmato dal binomio Valle Isarco-Cotarella non cerca di stupire con la prevaricazione aristocratica della Potenza del frutto. In questo caso l’equilibrio e la contemporaneità si esprimono attraverso una quasi «naturale» morale che non si fa banalità. Questo è un vino a tutto tempo. Infinito, prolungato, storico, anche se “già” così giovane. Questa interpretazione del Kerner di Valle Isarco non impone e abusa della potenza ma la affianca alla delicatezza floreale, alla frizzante tensione erbacea, alla fragranza tropicale in cui gli spigoli e le morbidezze cavalcano fiere sulle note della Marsigliese. Questo vino trasuda passione, territorialità e determinazione. Un primo, grande, sorso rivoluzionario.
L’essenza di un vino deve essere quella di essere bevuta, quindi popolare, democratica. Lo diceva Rousseau definendo la democrazia come una azione che aggrega in una sintesi ciò che le singole espressività manifestano chiaramente. Allora perché questo Sylvaner 2023 dovrebbe essere essenza liquida democratica? Perché è un sorso capace di rappresentare in sè i singoli protagonisti generativi: vitigno, clima, terreno, altitudine, tecnica di cantina. Ne esce un vino in cui l’eleganza, l’equilibrio, l’aromaticità, l’intensità viaggiano uniti nelle loro differenze. In armonia e in accordo. Non c’è prevaricazione tra loro, ma un dialogo costruttivo, democratico appunto, che rendono questo vino capace di soddisfare gusti, attitudini, versaltilità di fruizione differenti e variegati. Il tutto, comunque, lasciando una sensazione delicata al palato che si sostanzializza in una carezzevole, ma fresca, cremosità. Un rispetto filologico che dalla terra arriva al vetro.
Infine c’è lui, il Pinot Noir 2022. Essenza montesquiana di quello Spirito delle leggi che nel nostro caso diventa Spirito del terroir. Il risultato finale, infatti, è una convincente mediazione tra le diverse caratteristiche figlie del vitigno, del clima, del terreno e della capacità interpretativa della vinificazione. Un sunto efficace che ci regala un estratto di terroir elegante, fine e, ovviamente, buono. Lo spirito contemporaneo che ne esce è quello della leggerezza, non da carta velina, ma di suadente seta purpurea. E’ finezza di sorso che ammalia per la sua non certo banale e scontata semplicità di beva. E’ spirito ed essenza di un territorio alto che diventa sorso altro e unico. Educato ma netto nella sua essenza in rosso, è una interpretazione che racconta di una capacità narrativa seria ma democraticamente piacente. Il respiro è alpino, di sottobosco, rosso, leggermente balsamico. Il corpo snello e tagliente. Il gusto lungo e delicatamente persistente.
