È bello essere catapultati, a suon di sorsi “anti conformisti”, all’interno di un nuovo romanzo indie-enoico. Stravolgimenti per quell’acido desossiribonucleico (Dna) della tradizione. Imposizione genetico-formativa che per anni ha caratterizzato un’interfaccia vitivinicola veneta a livello internazionale. Oggi questo determinismo vinicolo sembra iniziare a essere alternato a nuove proiezioni e impostazioni.
Lo diciamo, assaggiando due interpretazioni iconiche del mainstream enologico di quella “pera Williams territoriale” (Veneto). Per la precisione un Lugana e un Valpolicella. Dall’assaggio ci sembra di essere stati catapultati nella sinossi del film Gattaca. Non serve essere “sani, belli, perfetti e intelligenti per aver diritto a spaziare in altri mondi per una felicità completa” del sorso … almeno non più e solo…
Superare l’atavico prerequisito veneto si può e si deve.
Osare, molte volte conviene.
Puntare a un ringiovanimento dello stile, del mood, del soul di un sorso che possa essere al contempo identitario, ma non escludente; popolare, ma mai banale; elegante, ma non certo scontato. Se è vero che il Veneto è storicamente la patria indiscussa dell’appassimento oggi questa tecnica può essere edulcorata dalla capacità di rendere i sorsi più immediati, fulgidi, democratici.
C’è chi lo sta facendo con risultati da standing ovation.
Bene il prologo è finito.
Adesso parliamo del contenuto.
E lo facciamo con Buglioni.
Una cantina giovane nella terra di messer Amarone, che ha scalato l’appeal mettendoci anima e corpo. Azienda nata all’alba del XXI secolo, il cui primo Amarone debutta nel 2004, che si scontra subito con le “diffidenze” di un mercato che ancora non comprende il senso autentico della novità. Viste le “difficoltà” il mercato lo si può conquistare non necessariamente ed esclusivamente passando per la porta principale ma anche in modo rivoluzionario. Si apre così una breccia. Nasce l’idea di aprire un locale, era il gennaio di vent’anni fa, un’enoteca di proprietà in cui siano presenti esclusivamente referenze made in Buglioni cave. Nasce l’Osteria del Bugiardo, e da lì è tutta un’altra storia…
Un successo di “ingegneria autogenetica”, per ritornare al prologo, che oggi vede delle 320mila bottiglie prodotte, 50mila consumate nei ristoranti della famiglia Buglioni…
Buglioni coltiva 60 ettari di proprietà tra Valpolicella e Lago di Garda che danno vita a 12 etichette. Nei 50 ettari coltivati in Valpolicella Classica, oltre a loro maestà Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara, si sono aggiunte anche Oseleta e Croatina. Nel 2015 Alfredo (padre) e Mariano (figlio), hanno deciso di uscire dalla Valpolicella, acquistando altri 5 ettari in Lugana, nell’entroterra bresciano sul Lago di Garda, in cui coltivare Trebbiano di Lugana e, dal 2020, hanno acquisito anche 5 ettari nella zona del Bardolino. Tutti i vigneti sono di proprietà e gestiti direttamente, con raccolta delle uve a mano.
Noi ne abbiamo assaggiate due.

Un Lugana che parla di Mediterraneo. Di agrumate pennellate in giallo. Tinte che virano sulla vegetale selvatica delle erbe aromatiche. Parlano forse di Libano, con quel cedro entusiasmante e rifrescante in cui succo e polpa sono in perfetto equilibrio grazie a una corporatura asciutta, fresca, lineare. C’è la voglia di non strabordare nei richiami di un neo classicismo varietale. L’educazione delle sue componenti di tensione e struttura rendono un sorso che si veste in gessato, con florealità e misticanza aromatica della macchia mediterranea. Straordinaria la complessità che si fa prestanza di sorso iodato e fragrante di un frutto giallo, anche tropicale, acerbo e succoso. Un vino che parla la lingua contemporanea di un’esigenza del bere bene, pop e ritmato. Un vino che, ne siamo certi, diventa freccia scagliata da Cupido in una cena a lume di candela sul bagnasciuga (si può ancora???) o una Colonna d’Ercole enoica per un momento più istituzional-famigliare. Un gran sorso che conferma come il Lugana possa essere veramente uno dei migliori interpreti in bianco della cultura vitivinicola italiana. Ah non fatelo uscire da quella benedetta glasette…

Qui c’è la sorpresa vera e propria. Tradizione e contemporaneità si stagliano lungo quella “spirale a doppia elica che ricorda una scala a chiocciola”, torniamo sempre al prologo, che unisce tradizione e oggi. Parliamo di un vino che gioca a “prendersi in giro”. Un vino che parte dalla tradizione, anche dal punto di vista della vinificazione, per incontrare l’estro del vigneron che ne destruttura la texture attraverso il connubio di un mix puntale ed efficace d’assemblaggio tra uve fresche e passite per 20 mesi. Un prodotto “inedito” che è pluristagionale. In autunno e in inverno è una dei vassalli più devoti della tavola, in primavera-estate (se rinfrescato) è il “giullare” che non finirà di sorprendere per la sua capacità empatica di essere sempre capace di scardinare i canoni istituzionali del sorso. C’è una corpulente finezza che trova il suo equilibrio grazie all’atletica eleganza e una prestanza di sorso scattante. È seppur figlio d’estratto, fresco. Vestito di rosso profondo, carnoso, passionale trova la sua sensualità in un respiro che racconta l’estate inoltrata di Durona, susina matura ma con uno sprint speziato e pepato. Il sorso ammalia grazie alla consonanza con quanto respirato ma tutto sorretto da una balsamicità autentica, in cui spiccano anche le note scure del sottobosco e una vegetale sferzata mediterranea. La mise tannica, attillata, suadente, quasi sexy. Consiglio spassionato, abbassategli, in estate, la temperatura di servizio. Osate fino ai 12/14°. Non ve ne pentirete. Credetemi.