L’Amarone 2020, presentato a Opera prima 2025, ha dimostrato, dopo l’edizione dell’anno scorso in cui l’annata 2019 ha imposto una vera e propria nuova direttrice, come la sartorialitá dei terroir stia prendendo sempre di più forma. Una identità ancora in divenire, con sali e scendi nelle interpretazioni, lasciate giustamente alla mano del singolo vigneron e cantina, e ancora da assettare nella sua grammatica comune. Il tutto però con la consapevolezza che non si possa e non si debba far entrare “un elefante in una cruna”.
Amarone Opera prima 2025, presenta l’annata 2020 del Signor della Valpolicella, lo fa con una visione sempre più contemporanea. Appare evidente, al sorso, la calibrata intenzione di affilare certi angoli (del passato) forse troppo rotondeggianti e voluminosi, rendendo un sorso più contemporaneo, anche se non potrà mai diventare ed essere scattante, ma almeno non sarà più seduto… il 2020 è stato anno difficile, dal punto di vista pandemico e meteorologico, ma la resilienza dei viticoltori ha comunque permesso di raggiungere le quattro stelle…
C’è una nuova via, giustamente non seguita pedissequamente da tutti, che plasma sorsi con minor estrazione, minor residuo zuccherino, magari con gradazione mitigata (rimangono ancora sorsi da 17°, ndr), “freschezze” più marcante e minor impronta terziaria del legno.
Strutture di gusto e di corpo modificate da un’identità non rinnegata ma modellata secondo canoni stilistici che vanno incontro ai gusti e alle esigenze del mercato di oggi. Per non parlare della situazione meteo-climatica. Ma senza snaturare l’essenza stessa di un vino che potente è nato e possente deve rimanere.
L’approccio “nebbiolista” imperante non per forza deve essere la voce unisona della stilistica rossista italiana. Lo conferma a Opera prima 2025 il presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella, Christian Marchesini, che durante la celebrazione d’apertura del centenario del primo Consorzio in rosso veneto (più di 2.400 aziende, 360 imbottigliatori e un vigneto di circa 8.600 ettari) ha ricordato come «l’Amarone non dovrà snaturare se stesso ma avere ben chiari i propri obiettivi di posizionamento di vino icona, presso un pubblico principalmente composto da consumatori in età matura».
Questo è un vino che «ha regalato tanti valori intangibili – identitari e di immagine – ma anche benessere per tutta la comunità, se pensiamo che nell’ultimo quarto di secolo il solo valore fondiario dei terreni vitati è cresciuto del 133% a fronte un’estensione dei vigneti del 65%. Se all’asset vigna aggiungiamo quello della cantina, il valore attuale della nostra denominazione arriva a circa 6 miliardi di euro».

La degustazione dei 77 campioni presenti all’interno dell’edizione di quest’anno, come detto sopra, fotografano uno stato dell’arte della concezione collettiva del futuro del re della Valpolicella a macchia di leopardo.
Tra old school e nuove stilistiche sono diversi ed eterogenei i sorsi assaggiati. Il range dell’alcolicità spazia da 15 ai 17 gradi, nella stragrande maggioranza dei casi i tannini sono in fase di integrazione con la struttura. Particolarità che è emersa è che il frutto è sempre meno cotto o in confettura lasciando spazio a un “morso” croccante. Stessa cosa la si riscontra sull’altra caratteristica peculiare, quella della tensione terziaria. Qui le note sono di grafite, di tabacco fresco, verdi, quasi balsamiche, note di macchia mediterranea pungente spuntano in sorsi che non hanno ridondanza di legno ma più di radice, di terra, con una sferzata vegetale e floreale rossa ma non secca.
Il 2020, comunque, raggiungerà una fase forse di più equilibrata identità tra tre/quattro anni.
Ah, in conclusione, più che da meditazione, e qui sta forse e sempre di più la vera rivoluzione del e nel futuro dell’Amarone, è iniziare a pensare, realizzare, acquistare e quindi degustare questo vino come perfetto compagno della tavola (il tanto decantato stile Gastronomico).

Detto questo ci sono alcuni campioni, tutti provati alla cieca e scoperti nella loro denominazione d’origine di vigna e cantina solo dopo il 77° assaggio, che già oggi hanno colpito di più.
Partiamo da quello che ha stregato. Si tratta senza ombra di dubbio dell’interpretazione di Torre di Terzolan. Avete presente Jacobs, bene prendetelo e fategli correre la maratona, vista la longevità che esprime al sorso questo 2020. Naso esplosivo alla partenza che si calibra ritmando sulle note di frutto e balsamici vegetale. Un respiro pieno e costante che rimane appagante anche dopo diverso tempo. Al sorso entra fiero e avvolgente. Una frutta croccante a buccia nera si accompagna a speziature fragranti e vibranti. Ritmo e prestanza lo rendono lunghissimo. Il tannino c’è ma è integrato. Un vino dalle potenzialità infinite. E’ frutto di un rispetto assoluto del terroir dal quale proviene. Da rimarcare poi la fisicità alcolica “contenuta” che si “ferma” ai 15 gradi, tra i più bassi della batteria.
Sul secondo gradino ecco il Classico di Monte Castelon. Un vino molto interessante nelle sue caratteristiche di potenziale longevità. E’ suadente con un respiro da red carpet. Florealità e frutto sono i binari su cui viaggia una speziatura vibrante arricchita da un tocco di tostatura. Tannini presenti ma in via di assoluto assorbimento. Vino giovanissimo.
Al terzo posto sul podio sale il Classico «Maran» della Collezione Pruviniano della cantina Domìni Veneti. Bellissima versione di un Amarone da Cru in cui il respiro è marcato sul frutto con una gustosa presenza materica. C’è radice, appena colta e florealità non secca in rosso. Il sorso è bellissimo. Frutto nero, fiori rossi, lungo e teso si allarga accarezzando grazie a tannini in mitigazione nella loro esuberanza.
Da tenere in forte considerazione anche il «Conte Gastone» di Massimago (respiro di tabacco e frutto e pepe bianco con bocca suadente e intrigante grazie a una speziatura sbarazzina), la versione di Sabaini (un gran interprete dell’eleganza e della misurata potenza dell’Amarone), il «Brolo del Figaretto»(Valpantena) di Corte Figaretto (un respiro iconico con tensione materica e chinata, il sorso è riflesso olfattivo con in più la cadenza di un corpo fiero ma sinuoso).
Da non perdere il Classico Riserva «Virgo Moron» di Vigna ‘800 (uno dei respiri più agrumati e vegetali assaggiati che si riverbera in un sorso pimpante e fiero), il Classico «Giuseppe Campagnola» dell’omonima cantina (equilibrio, eleganza e longevità. Punto), il «Pietro dal Cero» di Ca’ dei Frati (il cui respiro profondo e scuro si equilibria da un sorso che guarda al futuro e al tempo).
Infine abbiamo il «Torre del Falasco» di Cantine di Verona (inspira tabacco ed espira frutto nero, in bocca è acerbo e quindi perfetto per il tempo) e il Classico di «Gerardo Cesari» (una delle versioni più “contemporanee” e piacenti di questi assaggi con profondità sinuosa).