Dai rinati Ronchi di Castelluccio la stella polare della viticoltura romagnola racconta mezzo secolo di cru-addicted.
C’è un punto che brilla lassù, sul cielo enoico d’Appennino.
Un puntino di luce pulsante che da oltre mezzo secolo indica la giusta strada per la vitivinicoltura romagnola, e non solo.
Si chiama Ronchi di Castelluccio, e non a caso brilla sulla perpendicolare celeste di uno dei territori a più alta vocazione vitivinicola in Romagna: Modigliana.
Lo fa grazie a un’intuizione partita nel 1974 dal regista e produttore cinematografico Gian Vittorio Baldi. Assieme a lui una squadra di “cavalli di razza” nella storia del vino italiano: Vittorio Fiore e Remigio Bordini e la consulenza di Luigi Veronelli. Furono proprio loro a dare vita al primo concreto progetto di zonazione in regione. Trascorsi alcuni anni sotto la regia tecnica di Claudio Fiori, nel 2020 i fratelli Rametta acquisiscono l’azienda che si sviluppa sulle boscose pendici di Modigliana.
Nati a New Orleans e cresciuti tra gli Stati Uniti e la Svizzera, dal 2016 i fratelli Aldo e Paolo Rametta iniziano a dare forma a un sogno condiviso, in cui convergono la terra d’origine della famiglia, la Romagna, e l’amore per il mondo agricolo. Lo fanno prima con l’azienda di Terre del Sole, Poggio della Dogana, e poi con la vera scommessa totalizzante. Quella dei Ronchi modiglianesi.
I fratelli Rametta, infatti, hanno fin da subito compreso l’intuizione geniale e anticipatoria di Baldi facendone una vera e propria mission aziendale in questo XXI secolo. Attraverso prima un attento recupero dei cru storici e poi ripristinandone le vecchie forme di allevamento e colmando le fallanze con vecchi ecotipi, grazie anche alla consulenza di Francesco Bordini, figlio di Remigio, quello che è stato diventa così presente.
Uno sguardo rivolto al futuro in cui oltre all’indissolubile qualità dei vini si aggiunge un ambizioso progetto di biodiversità integrata e di autosufficienza energetica.

“Ogni vino è una vigna, ogni vigna è un vino”.
Concetto banale, forse, oggi.
Questa è l’impostazione totalizzante del modo che Ronchi di Castelluccio ha di voler parlare al mondo di questa parte di Romagna enoica ed eroica. Lo fa grazie alla competenza della giovane enologa Paola Antonello.
Bosco, altitudine e marne-arenacee è la triade, il dna, la genetica sulla quale si plasmano, in vetro, le referenze aziendali.
Il tutto declinato nella chiave semantica del Sangiovese.
Oltre ai prodotti d’entrata più immediati (Le more, Sottovento, Buco del prete), ma sempre iper territoriali, eleganti e gastronomicamente ideali, ci sono i veri alfieri della singolarità. Sorsi nati appunto da uniche vigne che da quel “girapoggio aziendale”, abbracciato da vette appenniniche e boschi modiglianesi, raccontano di cosa possa essere una esperienza intima con quella che Soldati chiamava (il vino) la “poesia della terra”.
Ecco quindi che il racconto in sorso di Rochi di Castelluccio nasce da una grammatica semplice e chiara: macerazioni mediamente lunghe, fermentazioni spontanee il tutto intervallato da quella essenziale punteggiatura stilistica fatta da affinamenti in Tonneaux e Barrique (sia nuove che usate). Da qui nascono al massimo 1.500 bottiglie per ogni Ronco.
Il risultato finale quindi parla di: eleganza, complessità snella, educazione tannica, imprinting che interpreta la Romagna attraverso quella stilistica piemontese e toscana che hanno e fanno grande l’Italia in calice.
E così la storia, oggi, continua…
Una storia che in tutte le declinazioni enoiche mette in primo piano la mineralità, la sapidità, l’eleganza, la durata quasi infinita nel tempo e la freschezza verde, sia che sia vestita di rosso che di bianco.

Ronco del Re Sauvignon Bianco Colli di Faenza Doc 2020
Sua maestà il sauvignon blanc. Dimenticatevi le matrici organolettiche tradizionali. Qui parla il sottile piacere della macchia mediterranea. Minerale, erbaceo, con quel elegante tocco d’idrocardburo che è figlio del riposo in vetro. Un vino magistrale che, non a caso, è finito sulle tavole più blasonate del mondo. (Negli anni ’80 del secolo scorso questo vino romagnolo, era il più costoso in commercio… qualcosa voleva e vuole pur dire…)
Ronco Casone Romagna Doc Sangiovese Modigliana 2020
È figlio del Nord-Ovest. Sui 320/370 metri sul livello del mare. Va bevuto riposato. Questo vino forse è quello che diventa adulto per ultimo. Bisogna saperlo aspettare. Allora sapidità, mineralità integrate in un corpo di succo e tensione verticale non potranno che danzare in vestiti di seta tannica. Un grande capolavoro che ha però bisogno di tempo per esprimersi nella sua mise più sensuale e intima. Devi corteggiarlo con pazienza e con desiderio.
Ronco della Simia Romagna Doc Sangiovese Modigliana 2020
Vino che esce dall’eleganza del Nord (ma parallela all’estensione aziendale). Proprio su questa prestanza gioca la sua partita. Frutto rosso, mineralità, eleganza, finezza, gusto ed essenza, o meglio, estratto di territorialità. Un vino che non è non sarà mai banale, scontato, uguale a se stesso. Un vino che racconta la straordinarietà di una Modigliana capace di regale sorsi che dell’aristocrazia della singola vigna cerca di superare le barriere di classe per educare il palato degli enonauti più esigenti. Un must have, anzi il mio personale must have.
Ronco dei Ciliegi Romagna Doc Sangiovese Modigliana 2020
La storica etichetta in Ronco. Di quello che guarda a Nord Est. Succulenza e verticalità. Sostanza ed eleganza. Punta più sul frutto rosso e su quella timbrica balsamica di ginepro in pianta. Tannino di seta sono le caratteristiche principali di questo vino che chiunque dovrebbe avere in cantina, dimenticandoselo e scoprendolo causalmente albe e albe a seguire. Non vi deluderà, credetemi…