La notizia è confermata, il XX Master del Sangiovese, quest’anno, non si farà.
Troppo pochi gli iscritti. La motivazione edulcorata, però, dice dell’intenzione di farlo durante un imminente traguardo che verrà celebrato il prossimo anno. Lo prendiamo anche per buono…
Una notizia che non regala, di certo, entusiasmo. Magari chiamarlo smacco è troppo, ma la questione non credo possa essere “minimizzata”.
Sia per la storia del Master, sia, soprattutto, per la Romagna del vino.
Il Sangiovese di Romagna si avvicina ai sessant’anni della Doc e nel 2027 saranno quarant’anni dalla nascita della Docg dell’altro simbolo in vigna di questa terra, l’Albana. Un patrimonio identitario che, negli ultimi dieci anni, una parte importante della produzione romagnola ha cercato di rileggere, approfondire, sottrarre alla generica definizione di “vino romagnolo”. Sia chiaro stiamo parlando di un concorso per sommelier Ais, quindi per addetti ai lavori, ma comunque la notizia del “poco interesse” verso uno dei portabandiera del vino romagnolo credo non faccia sorridere nessuno, se non in modo amaro.

Il lavoro fatto da molti piccoli produttori, in tutti questi ultimi anni, è stato enorme. E in buona parte ancora in corso.
Le sottozone. La zonazione. L’approfondimento dell’ampelografia. Lo studio dei suoli, delle esposizioni, dei microclimi. La ricerca di differenze capaci di restituire al Sangiovese una geografia, prima ancora che una classificazione.
Modigliana e Predappio, recentemente anche Imola e il riminese (qui son ben tre) sono diventate riferimenti di questo percorso. Realtà più piccole, come Marzeno e Serra, hanno contribuito ad alimentare un dibattito territoriale sempre più articolato. E a Brisighella il lavoro sulla propria identità vitivinicola sta assumendo una dimensione sempre più precisa.
Come detto, non è certo il mancato svolgimento del Master a cancellare tutto questo. Ma proprio per questo il dato sugli iscritti merita una riflessione. Perché il problema non è la qualità del percorso intrapreso. Forse è il modo in cui quel percorso è stato raccontato. O, meglio ancora, la sua capacità di arrivare al destinatario giusto. Da qui le domande da lanciare…
Produttori, degustatori, sommelier, critica, operatori del settore: il Sangiovese di Romagna ha ancora la forza di generare curiosità, studio, desiderio di approfondimento? Oppure una parte di questa narrazione è arrivata troppo tardi, quando l’attenzione del mondo del vino si era già spostata altrove?
Studiare una denominazione costa: tempo, denaro, energie. Richiede produttori disposti a investire, degustatori disposti ad approfondire, critica disposta ad ascoltare. E soprattutto richiede un sistema territoriale capace di trasformare la ricerca in desiderabilità.

Qui forse sta il punto.
Per anni abbiamo parlato di resilienza della Romagna vitivinicola: antropica, culturale, colturale. La capacità di resistere, adattarsi, continuare a coltivare e produrre in territori difficili, spesso marginali, costruendo identità là dove sarebbe stato più semplice abbandonare.
Ma la resilienza, da sola, non basta.
Deve diventare rappresentazione. Deve diventare reputazione. Deve diventare valore percepito.
E allora il possibile stop del Master non è la fine di nulla. È un campanello.
Mentre una parte della Romagna del vino sta facendo un lavoro straordinario per far capire sempre meglio il proprio Sangiovese, bisogna chiedersi se quel lavoro stia arrivando davvero fuori dalle cantine, dalle vigne e dai territori.
Se stia arrivando alla critica.
Se stia arrivando ai degustatori.
Se stia arrivando al consumatore.
Se stia diventando cultura condivisa.
E soprattutto se stia diventando appetibilità.
Non servono risposte immediate. Servono domande migliori.
Una, però, è inevitabile: la Romagna del vino, nella sua dimensione di rappresentazione e rappresentatività, sta facendo davvero bene il proprio lavoro?
Perché il Sangiovese di Romagna non ha bisogno soltanto di essere prodotto bene.
Ha bisogno di essere raccontato in modo più efficace, per certi versi è stato sottolineato anche qui.
E forse, oggi, è proprio questo il punto da cui ripartire.